Stambecchi in crisi: il cambiamento climatico minaccia il re delle Alpi
Popolazione dimezzata in 30 anni. Gli esperti del Parco del Gran Paradiso lanciano l’allarme: servono interventi concreti per proteggere la biodiversità alpina.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Italia, sta affrontando una crisi silenziosa ma preoccupante. Negli anni ’90, il parco ospitava quasi 5.000 stambecchi e 9.000 camosci, due specie simbolo delle Alpi. Oggi, questi numeri sono drasticamente ridotti: gli stambecchi sono appena 3.000, mentre i camosci sono scesi a 5.600.
Secondo gli esperti, il principale responsabile è il cambiamento climatico. L’innalzamento delle temperature e la scarsità di neve stanno alterando gli equilibri naturali, rendendo la sopravvivenza più difficile per gli animali di montagna.
Stambecchi più deboli e meno cuccioli
Nonostante una lieve stabilizzazione della popolazione, gli stambecchi lottano per adattarsi alle nuove condizioni. I cuccioli crescono più deboli a causa di un foraggio meno nutriente e troppo fibroso, mentre le femmine faticano a riprodursi regolarmente. La qualità dell’alimentazione è peggiorata, con conseguenze dirette sulla salute della specie.
Camosci sotto pressione: predatori e competizione
Se per gli stambecchi il clima è il problema principale, per i camosci la situazione è ancora più complessa. Oltre alle difficoltà legate alle temperature, devono affrontare la competizione con altre specie, come i cervi, e la crescente pressione dei predatori. Nel Parco del Gran Paradiso sono presenti cinque branchi di lupi, con due o tre esemplari ciascuno, e la loro presenza sta influenzando il comportamento dei camosci, che si spingono sempre più in alto, rendendo il monitoraggio più difficile.
Gli esperti del Parco sottolineano come il camoscio sia un animale adattabile, ma stia attraversando un periodo difficile. Per questo motivo, i ricercatori stanno sperimentando nuove tecniche di censimento per ottenere dati più precisi sulle dinamiche della popolazione.
Uno sguardo al futuro: servono interventi concreti
Nonostante gli sforzi del personale del Parco per monitorare la situazione, il rischio di un ulteriore declino delle popolazioni non è da escludere. Se i numeri dovessero scendere sotto la soglia critica, potrebbero essere attuati piani di conservazione mirati, come la gestione attiva delle risorse alimentari e la creazione di corridoi ecologici per facilitare la migrazione degli animali verso aree più idonee.
Lo stambecco, un tempo sull’orlo dell’estinzione, è stato salvato grazie a un secolo di tutela e impegno. Oggi, però, la sfida è più grande: non basta più proteggere il territorio, è necessario contrastare gli effetti del cambiamento climatico con strategie innovative. Solo così il re delle Alpi potrà continuare a dominare le cime italiane, testimone della straordinaria bellezza e fragilità della natura alpina.